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SULL’EMENDAMENTO SALVANAPOLI
Luigi De Magistris posa davanti al portone di Palazzo San Giacomo

SULL’EMENDAMENTO SALVANAPOLI

Sull’emendamento cosiddetto “Salvanapoli”

Riceviamo e pubblichiamo quest’interessante precisazione dell’avv. Manfredi Nappi, socio di Cittadinanza Attiva in difesa di Napoli, da cui si evince l’inopportunità dell’emendamento presentato da alcuni parlamentari del M5S, che mira a salvare dal dissesto un certo numero di Comuni italiani, tra cui Napoli.

L’originaria disciplina sulla procedura di predissesto varata dal Governo Monti nel 2012 prevedeva un’iniezione di liquidità parametrata al numero di abitanti dei Comuni altrimenti destinati al dissesto da restituirsi in dieci anni secondo un Piano di riequilibrio del bilancio. La stessa norma prevedeva – e fino ad oggi prevede ancora – l’automatico avvio della procedura di dissesto finanziario in caso di “grave e e reiterato mancato raggiungimento degli obiettivi intermedi.

La legge di stabilità (o legge finanziaria) 2016 ha concesso agli enti in predissesto la possibilità di rimodulare o riformulare il piano di riequilibrio, spalmando su trenta annualità il riassorbimento del disavanzo. Inoltre, l’ultima legge di stabilità varata dal Governo Gentiloni ha nuovamente rimesso in termini quei Comuni (ed è il caso di Napoli) che non erano stati in grado di provvedere tempestivamente.

Ovviamente, la riformulazione e rimodulazione in arco temporale più vasto ridimensiona gli obiettivi intermedi perché è chiaro che l’aumento del numero delle rate annuali (da 10 a 30) in cui poter ripianare il deficit ne riduce l’importo.
Quindi, in linea di massima, un Comune in predissesto potrebbe essere in grado di rispettare il piano di riequilibrio riformulato o rimodulato (di 30 rate) ma non quello originario (di 10 rate).
Su quest’ultimo presupposto, penso, si sia basata la modifica proposta dai grillini – approvata dal Senato e criticata dalla magistratura contabile – di abbuonare il mancato adempimento ai più gravosi obiettivi fissati dall’originario piano decennale per quei Comuni (tra cui il nostro) che hanno rimodulato o riformulato il piano di riequilibrio.

Capita, poi, come nel caso di Napoli, che i risultati finanziari prodotti nel corso del Piano di riequilibrio siano insufficienti a rispettare gli obiettivi intermedi sia che si voglia considerare il riassorbimento in dieci che trenta anni.
Prendiamo ad esempio la leva fondamentale del nostro Piano riequilibrio: la dismissione del patrimonio immobiliare.
Il piano decennale prevedeva un incasso da 80 a 91 milioni per ogni anno. Quello rimodulato in 30 anni prevede l’incasso di 97 milioni nel 2018 e 52 milioni negli anni successivi.
Orbene, il Comune di Napoli, negli ultimi tre anni non ha incassato neanche un decimo rispetto agli importi previsti da questi obiettivi.

Per quanto sopra, la proposta di “condono” (chiamiamo le cose con il loro nome) del Movimento Cinque Stelle si manifesta ingiusta e dannosa per la finanza pubblica e produce quell’accanimento terapeutico -per parafrasare l’Associazione dei Magistrati contabili – che mette gli amministratori al riparo da eventuali sanzioni (su tutte, l’incandidabilità) a scapito dei Comuni e dei cittadini amministrati.

In conclusione, l’emendamento grillino potrebbe essere riconsiderato e circoscritto ai Comuni virtualmente rispettosi degli obiettivi laddove il piano fosse stato originariamente trentennale. Così come, sempre a sommesso avviso di chi scrive, dovrebbero essere escluse da ogni beneficio quelle amministrazioni per cui sia stata accertata con provvedimento definitivo l’alterazione dei risultati contabili o l’elusione delle norme che regolano finanza pubblica.

Avv. Manfredi Nappi

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